Monthly Archives: giugno 2013

GDM: risolvere il loop durante il login

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Schermata di login utente. Inserite Nome e Password, date accedi e vi ritrovate alla schermata suddetta. Ma che sbadati, avrete magari sbagliato la password? Riprovate!… ancora non va? Allora il nome utente!… niente?

Niente paura, il problema è Ubuntu! Un bug noto e risolvibile, scovato dalla versione 10.04, in cui potreste incappare dopo l’aggiornamento del sistema o del kernel.
Alcuni mesi fa la questione ci fu posta da un ragazzo del gruppo Facebook del Roma2LUG. Unica possibilità di accesso era la modalità Gnome failsafe… decisamente scomoda! La sua personale risoluzione è stata reinstallare tutto ciò che ha a che fare con le GLX (nel suo caso libgl1-mesa-dri, libgl1-mesa-glx, libglitz-glx1, nvidia-173-kernel-source), ma la rete ci segnala che non si tratta di una risoluzione univoca.
A questo punto non ci è rimasto che rimboccarci le maniche e scavare, scavare, scavare… ed infine scovare, tra forum e assistenze varie, una procedura generica ed efficace su diversi modelli.

Prima di tutto, una condizione è necessaria: il terminale (ctrl+alt+F1) durante il loop deve essere perfettamente funzionante! Se così non fosse, da subito il consiglio è di reinstallare l’intero sistema, poiché il problema è ben più grave!
Passiamo ai primi tentativi di base: disinstallare e reinstallare gdm. Già qui il popolo di internet si divide, ad alcuni risolve, altri incappano in diverse bash riportanti errori critici.
Se fate parte della seconda schiera, non scoraggiatevi! Provate invece a creare un nuovo utente:

ctrl+alt+f1 per entrare nel terminale
sudo adduser NOME 
sudo adduser NOME admin
ctrl+alt+f7
per tornare al login

e provate a loggare con l’utente nuovo… nel caso funzionasse, il problema andrà pazientemente scovato nelle infinite impostazioni dell’utente, di cui non parleremo oggi.
Altrimenti, se nulla avrà funzionato, prima di formattare, potete provare una reinstallazione completa della parte grafica del sistema!

sudo apt-get remove --purge gdm*
sudo apt-get update
sudo apt-get upgrade
autoremove
sudo apt-get install ubuntu-desktop
reboot

Questa sembra la procedura che mette d’accordo e con il cuore in pace il 90% dei linuxiani di tutto il mondo. Addirittura alcuni annunciano una riduzione delle risorse occupate post-boot! A voi la tastiera dunque, comunicateci la vostra esperienza!

Tengo a ringraziare http://forum.ubuntu-it.org per le varie discussioni cui è stato estrapolato questo articolo e Daniele Angelucci per averci segnalato inizialmente il problema e la sua personale risoluzione poi!

Gabriele G.

FLOSS – Female Lack in the Open Source Software?

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FLOSS – Free/Libre/Open Source Software

Quando nel Luglio dello scorso anno si è diffusa la notizia che Marissa Mayer era stata scelta come CEO di Yahoo, la mia prima reazione è stata quella di una sorpresa gradita ma inaspettata. Con il passare dei giorni, tuttavia, si è diffuso sempre di più in me un senso di sconcerto. Non per il fatto in sé, ma per l’inquietudine che la mia prima reazione mi aveva suscitato. Perchè ero rimasta sorpresa, perchè la notizia che una donna – e per di più incinta! – era ora a capo di un’importante azienda informatica, mi aveva colta quasi impreparata? Avrei avuto la stessa reazione se fosse stato un uomo, ovvero, sarebbe stato questo l’aspetto più importante del suo incarico, che fosse un uomo e che stesse per diventare padre? Oppure non sarebbe stato più importante avere notizie sui suoi studi, sulla sua carriera e sulle sue capacità? A partire da queste domande vorrei affrontare con voi qualche piccola considerazione – semiseria – sul ruolo femminile nell’informatica e, sopratutto, nel mondo Linux e open source.

Vorrei partire da quello che è, purtroppo, un dato di fatto: Linux, e i sistemi operativi Open Source, stanno via via acquisendo una fetta di mercato sempre più grande, ma la mia impressione è che non stia crescendo, in modo proporzionale, l’utenza femminile. Quello che mi preme analizzare sono i motivi per cui ciò avviene e, eventualmente, come risolverli.

Mi pare chiaro che uno dei problemi principali è che la maggior parte delle persone ritiene che i sistemi Linux siano, passatemi il termine, “roba da smanettoni”. E ovviamente, tutto ciò che è da “smanettoni” ha a che fare con il mondo maschile, almeno secondo la percezione comune. La bassa percentuale di presenza femminile nelle facoltà informatiche certamente non aiuta a sfatare questo mito. C’è in questo senso un problema più profondo di tipo sociale che di certo non aiuta la nostra causa. Da studentessa di ingegneria informatica ho provato spesso la sensazione di essere considerata fuori posto, e non solo all’interno della facoltà. È successo anche a voi, miei cari amici maschi, che qualche vostro famigliare, in modo assolutamente innocente e privo di malizia, vi chiedesse sconcertato perchè scegliere proprio questa facoltà, come se in realtà vi stesse chiedendo cosa pensate di poter fare lì? Non c’è qualcosa di più adatto a voi? Pregiudizi duri a morire, ma che, sono molto fiduciosa, andranno sempre più diminuendo.

Comunque, per rompere questa catena negativa, a mio parere, ne dovremmo instaurare una più positiva e prolifica. Più donne saranno presenti e importanti nello sviluppo di sistemi Open Source, più ragazze saranno invogliate a farne parte. Non sto parlando solo di “emulazione” – per quanto sia un punto da non sottovalutare – ma anche e soprattutto di non sentirsi scoraggiate dalla paura di essere una goccia nell’oceano. Del non sentirsi sole, in poche parole. Inoltre, e non sarebbe poco, la presenza di più donne portebbe un punto di vista diverso all’interno del mondo Linux. E sono convinta che un buon prodotto non sia nient’altro che un prodotto realizzato con l’apporto di esperienze, conoscenze e punti di vista diversi. Quello che noto, almeno nelle distro principali che ho potuto conoscere direttamente e indirettamente, è che i DE e i programmi disponibili – persino, se vogliamo essere sottili, la loro stessa organizzazione – sono rivolti ad un pubblico prevalentemente maschile. E non potrebbe essere altrimenti, visto che sono prevalentemente uomini i loro sviluppatori. Facciamo un esempio concreto: la possibilità di accedere ad una piattaforma come Steam è stato un passo avanti importante per aprire Linux a un pubblico più grande, ma, converrete con me, non abbastanza da un punto di vista femminile. Ciò che vorrei, in sostanza, è un’operazione di “marketing” per rendere il prodotto più accattivante agli occhi dell’utenza femminile. Ed eccola qui la nosta reazione a catena positiva: più donne ci sono più il prodotto potrà essere pensato per un pubblico diverso, e più il prodotto si avvicinerà a quel pubblico, più ragazze vorrano farne parte.

Termino qui, almeno per ora, i miei sproloqui, ma sarei molto felice di conoscere il vostro parere. Siete d’accordo con me nel dire che Linux ha bisogno di una presenza femminile maggiore? E se sì, cosa fareste voi, di concreto, per rendere ciò possibile?

P.S.: Esistono molti siti e gruppi dedicati alle donne nell’Open Source. Vi lascio questo link a riguardo. Incoraggiamenti di questo tipo sono sempre importanti e lodevoli, ma, a mio parere, sottolineano la “gravità” della situazione. Sarebbe bello non dover avere bisogno di simili iniziative 😉

How To: Install Linux on MarsBoard with Berryboot

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marsboard_a10MarsBoard is a MiniPC, just like the more famous Raspberry PI or the more classic BeagleBoard. Its intent is to provide the capability of a normal computer in a very small space. Marsboard mounts a Cortex A8 CPU operating at 1GHz, a Mali400 GPU and 1GB of RAM. All of this just in the space of a business card.

The problem with the MarsBoard is that it is a pretty young project and it lacks in documentation. I had never managed to install Linux on the external memory until I used the Berryboot launcher. From now on I will explain how to use this tool and install Linux on the MicroSD.

The only prerequisite you need to have is a working installation of Android on the NAND flash of the board. To achieve this, download this version of LiveSuit (for Windows only) and install one of the two images present on this page.

The steps for installing Linux through Berryboot are the following (remember to keep the LAN cable plugged in the board all the time):

  1. download the Berryboot application for Android from this website. You have to install it on the board. In order to accomplish this,  you can choose between downloading it directly from Android using the in-built browser or downloading it in your computer and then use an USB pendrive;
  2. once installed on the Marsboard, remove (eventually) any attached pendrive and insert the MicroSD where you want to install Linux;
  3. start the Berryboot application. You will have this screen:
    Berryboot_SD_card_writer_appPush “Write image to SD card” (see below if you have problems with this step). Do not uncheck the above entry;
  4. when the process of installation ends (it takes approx 1-2 minutes) reboot the board keeping the MicroSD in and cross your fingers! When it starts you should see this screen:
    Berryboot_installation_step1
    If you can see it, sigh with relief, worst is over;
  5. now you will be asked to install the Berryboot loader on the external memory. Follow the on-screen instructions (they are very easy: next -> next -> ok -> wait a moment -> ok again -> blah blah blah :)) and choose “mmcblk0” as destination drive. Probably you will be asked to update the loader too; do it and wait for the board to reboot.

After all these steps you should see a window with an empty box. This is the place where you will find your distros after having downloaded them. To do this, enter the Berryboot menu editor (image below) and push “Add OS“.

Berryboot_menu_editor

There’s a selection of installable distros; select what you want and wait until it’ll have been downloaded. Now press “Exit“, again from the menu editor and wait for the reboot. After that you will see your distro, ready to start.

Credits:
http://www.marsboard.com/forums/viewtopic.php?f=2&t=1220#p1269
http://linux-sunxi.org/Cubieboard/FirstSteps

PS:
If you encounter crash of the program during point 3, try installing Linux following the guide on this page. This procedure doesn’t make my Marsboard boot up, but, at least, it allows me to successfully complete the Berryboot installation.

Guida galattica per openstoppisti

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La parola è potere: parla per persuadere, per convertire, o per costringere.
– Ralph Waldo Emerson

Prima o poi capita a tutti nell’arco della propria vita di constatare che spesso tutto si riduce alla conoscenza o meno delle parole giuste.  Prendete, casualmente, l’open source: c’è gente che sa cos’è, e gente che non sa cosa sia. E la differenza, agli occhi di chi sa cos’è, è bella grossa. Non è poi un’ignoranza cui si può rimediare in quattro e quattr’otto: dalla prima volta che ti danno la definizione, alle terza volta che consulti Wikipedia per capire perché mai certa gente ci tiene tanto, alla decima che ti accorgi che purtroppo il programma che usi è proprietario e quindi certe cose non le puoi fare… di tempo, per capire, ce ne vuole.

È in questa prospettiva che voglio cercare di raccontare sotto forma di piccolo glossario, senza lontanamente avvicinarmi alle pretese “galattiche” millantate nel titolo, il senso di alcune parole che forse il lettore ancora non conosce. Si tratta di sfogliare le foglie di un albero che ha la radice sempre lì, nell’esempio più su: l’open.

Come riscaldamento iniziamo con una sola parola: open access.

Open access, per l’appunto “accesso aperto”, è il termine con cui si designano quelle riviste accademiche basate sul sistema peer-review che permetto l’accesso al proprio contenuto senza restrizioni attraverso Internet. Niente di più, niente di meno, ma la storia è più lunga di una riga. Con rivista “accademica” si intende una rivista che pubblica articoli prodotti da accademici nell’ambito della loro disciplina.

Il termine peer-rewiew è intimamente legato al concetto di rivista accademica. Come si fa infatti a decidere se un articolo scritto da un esperto è davvero all’altezza della rivista accademica dedicata al suo settore? Non sembra esserci un modo più sicuro di accertarsene che prendere l’articolo candidato e farlo leggere ad altri esperti i quali esprimeranno poi il loro parere: questo è il sistema “peer-review” (orribilmente traducibile in italiano con revisione paritaria), ed è il vero e proprio sistema giudiziario che decreta cosa è scientifico e cosa no. Ai signori della truffa di turno non mancherà di notare i tanti rischi di lobbying offerti da un sistema del genere (e basta chiedere una testimonianza diretta a chi “sta nel giro” per constatare che gli scienziati, purtroppo, sono esseri umani anche loro…). L’altro lato della medaglia è il business che si crea facilmente dietro le riviste di alto livello. Poco tempo fa il grande matematico inglese Sir William Timothy Gowers ha letteralmente dichiarato guerra alla casa editrice Elsevier, importantissima in ambito scientifico, per la sua politica disonestamente avara; la -IMHO- avvincente storia (una grande vittoria agli occhi di ogni idealista del movimento open source) si può leggere alla pagina di Wikipedia appunto chiamata The Cost of Knowledge. L’open access, in tutto ciò, ha la sua bella parte: previene, almeno in parte, spietate speculazioni di carattere economico da parte degli editori, e costringe il sistema peer-review a una maggiore onestà. Potendo infatti tutto essere letto da tutti, diventa estremamente difficile manipolare il sistema a favore di qualcuno piuttosto che di qualcun’altro.

Da un lato dunque, come ci sono per il software open source, per l’open access ci sono questi aspetti pratici estremamente importanti ma, sempre come lo stesso open source, c’è una questione “filosofica” di fondo che si sottende all’intera storia sorreggendola: il sapere è di tutti. Non vogliamo che la conoscenza sia solo un privilegio di chi ha i soldi per permettersela.

Neanche a dirlo, queste poche righe non sono altro che la punta dell’iceberg che si può intravedere dal corrispondente articolo di Wikipedia sull’open access. Infine, per chiudere, una parola per chi ha orecchie per intendere: non dimenticate a casa il vostro asciugamano!