Guida galattica per openstoppisti

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La parola è potere: parla per persuadere, per convertire, o per costringere.
– Ralph Waldo Emerson

Prima o poi capita a tutti nell’arco della propria vita di constatare che spesso tutto si riduce alla conoscenza o meno delle parole giuste.  Prendete, casualmente, l’open source: c’è gente che sa cos’è, e gente che non sa cosa sia. E la differenza, agli occhi di chi sa cos’è, è bella grossa. Non è poi un’ignoranza cui si può rimediare in quattro e quattr’otto: dalla prima volta che ti danno la definizione, alle terza volta che consulti Wikipedia per capire perché mai certa gente ci tiene tanto, alla decima che ti accorgi che purtroppo il programma che usi è proprietario e quindi certe cose non le puoi fare… di tempo, per capire, ce ne vuole.

È in questa prospettiva che voglio cercare di raccontare sotto forma di piccolo glossario, senza lontanamente avvicinarmi alle pretese “galattiche” millantate nel titolo, il senso di alcune parole che forse il lettore ancora non conosce. Si tratta di sfogliare le foglie di un albero che ha la radice sempre lì, nell’esempio più su: l’open.

Come riscaldamento iniziamo con una sola parola: open access.

Open access, per l’appunto “accesso aperto”, è il termine con cui si designano quelle riviste accademiche basate sul sistema peer-review che permetto l’accesso al proprio contenuto senza restrizioni attraverso Internet. Niente di più, niente di meno, ma la storia è più lunga di una riga. Con rivista “accademica” si intende una rivista che pubblica articoli prodotti da accademici nell’ambito della loro disciplina.

Il termine peer-rewiew è intimamente legato al concetto di rivista accademica. Come si fa infatti a decidere se un articolo scritto da un esperto è davvero all’altezza della rivista accademica dedicata al suo settore? Non sembra esserci un modo più sicuro di accertarsene che prendere l’articolo candidato e farlo leggere ad altri esperti i quali esprimeranno poi il loro parere: questo è il sistema “peer-review” (orribilmente traducibile in italiano con revisione paritaria), ed è il vero e proprio sistema giudiziario che decreta cosa è scientifico e cosa no. Ai signori della truffa di turno non mancherà di notare i tanti rischi di lobbying offerti da un sistema del genere (e basta chiedere una testimonianza diretta a chi “sta nel giro” per constatare che gli scienziati, purtroppo, sono esseri umani anche loro…). L’altro lato della medaglia è il business che si crea facilmente dietro le riviste di alto livello. Poco tempo fa il grande matematico inglese Sir William Timothy Gowers ha letteralmente dichiarato guerra alla casa editrice Elsevier, importantissima in ambito scientifico, per la sua politica disonestamente avara; la -IMHO- avvincente storia (una grande vittoria agli occhi di ogni idealista del movimento open source) si può leggere alla pagina di Wikipedia appunto chiamata The Cost of Knowledge. L’open access, in tutto ciò, ha la sua bella parte: previene, almeno in parte, spietate speculazioni di carattere economico da parte degli editori, e costringe il sistema peer-review a una maggiore onestà. Potendo infatti tutto essere letto da tutti, diventa estremamente difficile manipolare il sistema a favore di qualcuno piuttosto che di qualcun’altro.

Da un lato dunque, come ci sono per il software open source, per l’open access ci sono questi aspetti pratici estremamente importanti ma, sempre come lo stesso open source, c’è una questione “filosofica” di fondo che si sottende all’intera storia sorreggendola: il sapere è di tutti. Non vogliamo che la conoscenza sia solo un privilegio di chi ha i soldi per permettersela.

Neanche a dirlo, queste poche righe non sono altro che la punta dell’iceberg che si può intravedere dal corrispondente articolo di Wikipedia sull’open access. Infine, per chiudere, una parola per chi ha orecchie per intendere: non dimenticate a casa il vostro asciugamano!

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